Il 26 dicembre del 2004 uno tsunami devasta il Sud-est asiatico

Il 26 dicembre del 2004 uno tsunami devasta il Sud est-asiatico uccidendo più di 230.000 persone. Gli esperti e i sismologi spiegano come sia potuto accadere: guarda il documentario.

Un giorno di festa che all'improvviso si trasformò in un giorno da incubo. Il 26 dicembre del 2004 uno tsunami mette in ginocchio il Sud-est asiatico e provoca la morte di oltre 230mila persone. A distanza di 16 anni da quel terribile giorno, guarda lo speciale di Ingegneria fuori controllo in cui gli esperti e i sismologi spiegano come sia potuta accadere una simile catastrofe. 

 

IL SUD-EST ASIATICO DEVASTATO DA UNO TSUNAMI: ERA IL 26 DICEMBRE 2004. GUARDA IL DOCUMENTARIO

 

È il 24 dicembre 2004, siamo in Asia sud-orientale. Sono oltre 2 milioni i turisti venuti da ogni parte del mondo per festeggiare il Natale al caldo sulle paradisiache spiagge dello Sri-Lanka e della Thailandia. Gli abitanti sono invece circa 12 milioni. Tutto sembra tranquillo, ma a 30 km di profondità si sta preparando la più grande catastrofe della storia contemporanea. Sì, perché oltre a essere un paradiso terreste questa è anche una zona altamente sismica seppur non si registra un terremoto significativo da 97 anni. Qui si incontrano due placche tettoniche in perpetuo movimento: quella indoaustraliana e quella euroasiatica. Siamo quindi in presenza di una zona chiamata di subduzione o faglia reputata tra le più pericolose dell’intero pianeta.

 

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A Sumatra la terra non trema da molto tempo. Tradotto: c’è un’impressionante quantità di energia pronta a essere sprigionata. Gli scienziati ipotizzano che da queste parti il prossimo terremoto sarà devastante. Tuttavia non possono sapere quando avverrà. Il 26 dicembre 2004, alle 7.58 di mattina, accade l’irreparabile. A 30 km di profondità la placca euroasiatica, compressa da quasi 100 anni, recupera la sua forma originaria provocando un sollevamento di 8 metri del fondo marino e liberando una quantità di energie equiparabile a 23mila bombe atomiche. Un’energia che si propaga per oltre 1500 km e che finisce per interessare l’intera faglia. La città più vicina all’epicentro è Banda Aceh che si trova a 260 km. È qui che si registra un sisma di magnitudo 9,3 sulla scala Richter lungo 8 minuti. Dodici minuti dopo trema anche l’isola di Koh Phi Phi Don in Thailandia. 

 

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Alle 8.15 la terra sembra essersi calmata e si iniziano a cercare vittime e feriti. Chi è sopravvissuto al terremoto pensa di essersi salvato e chi si trova in zone non colpite dal sisma continua serenamente la sua vacanza. Intanto a 10mila km di distanza, alle Hawaii nell’Oceano Pacifico, gli scienziati del centro allerta tsunami vedono improvvisamente impazzire i sismografi ma l’informazione non viene incredibilmente trasmessa. Il motivo? L’assenza di interlocutori nell’area dell’Oceano Indiano e di un sistema capace di intervenire e attuare i protocolli di emergenza. Da qui il disastro provocato da un tsunami definito “globale” perché tutti gli oceani ne vengono interessati facendo parte di un sistema unico. Alle 8.38, 40 minuti dopo il sisma, in tutto il Sud-est asiatico si assiste allo stesso scenario. Il mare si ritira e migliaia di turisti curiosi camminano sull’immenso bagnasciuga creaotosi all’improvviso. C’è chi filma, chi scatta foto e chi raccoglie i pesci rimasti sulla secca. Ma il mare si sta ritirando perché a largo si sta preparando una gigantesca onda anomala che viaggia alla velocità di un aereo: oltre 800 km/h. Per molti è già troppo tardi per mettersi in salvo. Per ripercorrere interamente quel drammatico giorno guarda su Dplay la puntata di "Ingegneria fuori controllo" dal titolo "Tsunami"

 

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