Tragedia di Bhopal: il disastro industriale più grave della storia

Nel 1984 un terribile incidente nello stabilimento chimico della Union Carbide di Bhopal, situato nell’India centrale, provocò il rilascio di oltre 42 tonnellate di isocianato di metile. A distanza di 37 anni la zona risulta ancora contaminata.

Uno degli incidenti industriali più gravi della storia, se non il più grave in assoluto. Si parla del disastro di Bhopal, avvenuto tra il 2 e il 3 dicembre 1984. Durante quella terribile notte più di 42 tonnellate di una sostanza tossica fuoriuscirono da uno stabilimento industriale americano, provocando migliaia di vittime e contaminando un territorio vastissimo che ospitava tantissime famiglie. A distanza di 37 anni da quel giorno da incubo, l’area dell’India centrale interessata dall’incidente è ancora contaminata e non si contano nemmeno i bambini nati con malformazioni o già gravemente malati. Ma com’è potuta accadere una simile tragedia?

 

IL DISASTRO DI BHOPAL

 

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Siamo in India, esattamente nella città di Bhopal. È la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 quando una nube tossica avvolge una fabbrica. Appartiene all’impresa americana Union Carbide che produce pesticidi. Gli abitanti si svegliano con gli occhi in fiamme, il volto che brucia, tossiscono senza sosta e respirano a stento. Le prime stime parleranno di 3700 decessi, ma in realtà saranno molti, molti di più. Non sapendo cosa fare, migliaia di persone si riversano in strada in preda al panico e vanno incontro a una morte lenta e dolorosa. L’aria è infatti irrespirabile e l’acqua è contaminata (lo è tutt’ora). In tantissimi sopravvivono ma si ammalano gravemente e muoiono negli anni successivi. Intere generazioni vengono di fatto condannate a morte. Dallo stabilimento fuoriescono oltre 42 tonnellate di isocianato di metile (MIC), una sostanza utilizzata per produrre pesticidi. La statunitense Union Carbide, stabilitasi nell’India centrale nel 1969, aveva smesso di importare questa sostanza tossica nel 1980 decidendo di produrla sul posto. Quella notte nei serbatoi sotterranei c’erano grosse quantità stoccate di isocianato di metile, estremamente dannosa per occhi, pelle e vie respiratorie. 

 

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Alla base del disastro ci sarebbero la superficialità nelle procedure di manutenzione degli impianti e i tagli alle misure e al personale di sicurezza decisi dall’azienda in perdita. E pensare che il motto dell’azienda fosse “Safety First”. Ma la sicurezza in quella fabbrica non era la priorità. Il primo a scoprire una fuga della sostanza, alle 23 circa del 2 dicembre, era stato un supervisore che però aveva deciso di non intervenire, preferendo rimandare l’intervento. Ma la situazione era precipitata in pochi minuti e così si erano dispersi nell’ambiente oltre 42 tonnellate di isocianato di metile e altre sostanze tossiche. Un’area di 40 km quadrati attorno allo stabilimento viene irrimediabilmente rovinata. Le conseguenze di quel terribile disastro sono purtroppo bene visibili tutt’oggi. Alle 5mila vittime riconosciute (ma solo quella notte e nelle ore successive sarebbero almeno 20mila) il governo indiano ha dato appena 25000 rupie, circa 2200 euro. La Union Carbide, che continua a negare la propria responsabilità e che nel 2001 è stata acquistata dalla Dow Chemical, ha pagato invece 470 milioni di dollari al governo indiano come risarcimento, una cifra irrisoria rispetto ai danni provocati. Il CEO della Union Carbide Warren Anderson è stato inoltre accusato di omicidio ma la richiesta di arresto ed estradizione dagli Stati Uniti non ha mai avuto seguito. 

 

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Oggi le ventidue comunità sviluppatesi vicino alla vecchia fabbrica di Bhopal si trovano a vivere in una zona che non è mai stata completamente decontaminata e che con ogni probabilità mai lo sarà. Sono consapevoli di bere acqua contenente livelli tossici di solventi clorurati, motivo per cui i bambini nascono deformi e gravemente malati. Vicino alle case si possono ancora vedere fanghi tossici che riposano indisturbati. A nulla è servita nel 2012 l’installazione di tubi per portare nelle case acqua pulita dal fiume Narmada. I tubi passano infatti nelle fognature e nei giorni di pioggia si contaminano. Lo  stato del Madhya Pradesh, all’interno del quale si trova il terreno avvelenato, afferma di non essere attrezzato per la pulizia e rimanda quindi la palla al governo federale. A sua volta il governo federale chiede alla Dow 1,2 miliardi di dollari. Insomma, è un gioco di rimpalli infinito che non porta a nulla. E nel frattempo le famiglie che abitano qui e che non possono permettersi di spostarsi altrove, cercano di sopravvivere lottando giorno dopo giorno. 

 

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