Il naufragio della London Valour: era il 9 aprile 1970

Sono passati esattamente 51 anni dal naufragio del piroscafo mercantile London Valour, battente bandiera della Gran Bretagna, che naufragò all'imboccatura del porto di Genova. Ricostruiamo la storia.

Un disastro navale. Parliamo del naufragio della London Valour avvenuto il 9 aprile 1970 all’imboccatura del porto di Genova. Il piroscafo mercantile battente bandiera della Gran Bretagna affondò a pochi metri dall'ingresso dello scalo marittimo, dopo aver urtato contro gli scogli posti a protezione della diga frangiflutti ed essersi spezzata in due tronconi. A distanza di esattamente 51 anni da quel tragico giorno, ricostruiamo quanto successo. 

 

IL NAUFRAGIO DELLA LONDON VALOUR

 

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La London Valour è un piroscafo mercantile costruito e varato nel 1956 come petroliera nei cantieri della Furness Shipbuilders Co. Ltd. di Haverton Hill-on-Tees. Ha una stazza di 26mila tonnellate e nel 1966 viene trasformata in bulk carrier nei cantieri INMA (Industria Navali Meccaniche Affini) di La Spezia. A Genova, giovedì 9 aprile 1970, soffia un impetuoso vento di Libeccio. La London Valour è ancorata a circa 1000 metri dagli scogli della diga foranea “Duca di Galliera”. Il capitano dell’imbarcazione è Edward Muir che s’appresta a smontare i propulsori per svolgere una revisione. L’equipaggio è consapevole si tratti di un’operazione delicata viste le condizioni meteorologiche, ma sono tutti pronti e preparati. Nel corso della mattinata però la situazione peggiora ulteriormente. Il vento aumenta ancor di più d’intensità e alle 13 il mare è a forza 7, un livello quasi catastrofico. Per le navi è complicatissimo rientrare in porto e così dalla Guardia Costiera parte l’allarme. Un messaggio che però non arriverà mai alla London Valour. Chi è di passaggio sul lungomare si accorge immediatamente di cosa stia per succedere: la London Valour, che ha appena smontato i propulsori, è paurosamente vicina alla diga e non riesce più a manovrare. L’ancora è ancora sul fondo, ma non può nulla contro la potenza di una mare infuriato. 

 

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La situazione precipita in fretta, la nave è in balia delle onde e la macchina dei soccorsi si mette in moto. I rimorchiatori si dirigono in mare aperto ma nessuno riesce ad avvicinare la London Valour. Alle 14 l’equipaggio, composto principalmente da marinai indiani e filippini, inizia a lanciare disperati messaggi d’aiuto. Qualcuno cade in acqua e viene sbalzato contro gli scogli. Arrivano anche i Carabinieri e le imbarcazioni della Capitaneria di porto, ma soccorrere l’equipaggio è praticamente impossibile. Una flebile speranza si accende quando dalla diga si riesce ad agganciare la nave con una fune di nylon. Ma mentre alcuni membri dell’equipaggio stanno raggiungendo terra utilizzando la corda come carrucola, lo scafo della London Valour si spezza in due e i marinai si ritrovano lanciati in aria.

 

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A bordo della nave c’è anche la moglie del comandante, Dorothy, che finisce in mare. Il marito si tuffa immediatamente per salvarla senza successo: moriranno entrambi. I soccorritori intanto continuano con i loro eroici tentativi per salvare qualche membro dell’equipaggio. Miracolosamente la motovedetta CP233, guidata dal tenete di vascello Giuseppe Telmon, riesce ad accostarsi alla London Valour e ne salva 26. Cinque vengono invece sottratti alla morte dalla pilotina “Teti” del capitano Giovanni Santagata. Altri ancora vengono tratti in salvo dall’elicottero  del capitano dei vigili del fuoco Rinaldo Enrico, che riesce nell’impresa nonostante il vento soffi a 100 km/h. A fine giornata la London Valour va a picco. A perdere la vita sono il comandante, la moglie, il radiotelegrafista e sedici membri dell’equipaggio. Un anno dopo si cercherà di spostare la London Valour in un fondale più profondo, ma il relitto si staccherà riaffondando di fatto una seconda volta. Oggi la nave è a 90 miglia dal porto di Genova, a 2600 metri di profondità. Una tragedia, questa, che ha ispirato la meravigliosa canzone di Fabrizio De Andrè, “Parlando del naufragio della London Valour”, un’allegoria della situazione politica italiana di quei tempi. 

 

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