Il Disastro del Vajont: era il 9 ottobre 1963

Sono passati esattamente 58 anni dal più grave disastro causato da una frana in Europa nell'ultimo secolo. Ecco cosa successe.

Sono le 22.39 del 9 ottobre 1963 quando 270 milioni di metri cubi di roccia e suolo si staccano dal Monte Toc (abbreviazione di “patoc”, parola che nel dialetto friulano significa non a caso "marcio", "fradicio”) e scivolano nell’invaso artificiale creato dalla diga del Vajont (affluente del fiume Piave che scorre nella parte sud-est delle Dolomiti tra Friuli e Veneto) all’incredibile velocità di oltre 100 km/h. Una quantità impressionante di materiale che - per rendere l’idea - potrebbe essere trasportata solo servendosi di 10 milioni di camion. Una frana mostruosa che genera tre onde gigantesche e causa 1917 morti, 1300 dispersi e danni per oltre 900 miliardi di lire. A distanza di 58 anni dal più grave disastro causato da una frana in Europa nell'ultimo secolo, ricostruiamo tutta la vicenda.

 

IL DISASTRO DEL VAJONT

 

Ma cos'è rimasto oggi della diga del Vajont? È ancora lì, intatta e abbandonata che torreggia sulla città di Longarone. Un muro di calcestruzzo alto 265 metri che chiude una gola strettissima che attraversa la montagna. Un’opera ingegneristica impressionante, una delle più alte anche per gli standard moderni. Larga 191 metri in sommità e stretta appena 27 alla base dove il muro è spesso ben 22 metri. La diga è stata stata costruita usando 37 milioni di metri cubi di calcestruzzo, un'autentica fortezza che trattiene 255 milioni di metri cubi di rocce sedimentarie e detriti. Ma perché è sorta in una posizione così delicata? Nel 1950 l’Italia era appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e la sua economia era devastata. Il Paese si avventurò così in un imponente programma di industrializzazione sostenuto dagli Stati Uniti che nell’Italia vedevano un baluardo contro la minaccia del comunismo. Il programma si basava sulla produzione di energia idroelettrica controllando i corsi d’acqua provenienti dalle Alpi italiane. L’idea era quella di sfruttare l'abbondanza dei fiumi, lo scioglimento delle nevi e le frequenti precipitazioni. Ed era molto allettante produrre energia idroelettrica in una stretta vallata capace di intrappolare l’acqua in alto e farla cadere velocemente a valle generando elettricità a costo zero. 

 

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Per questo gli ingegneri individuarono la profonda e stretta Valle del Vajont come posto ideale dove accumulare acqua. Vennero reclutati in breve tempo oltre 400 operai della zona e nel 1957 iniziarono i lavori. La diga rappresentava l'opera centrale di un’ambiziosa rete idroelettrica che si sarebbe estesa in tutta la regione. Gli ingegneri speravano che il bacino artificiale, lungo 5 km, contenesse oltre 170 milioni di metri cubi di acqua. Per tre anni i lavori andarono avanti senza sosta e alla fine quella che era una vera e propria prodezza dell’ingegneria fu completa. Il riempimento del bacino artificiale iniziò nel febbraio del 1960 e per 9 mesi la diga mantenne il livello dell’acqua a quasi 183 metri: era il cuore di un’industria idroelettrica che forniva circa l’85% del fabbisogno elettrico del Paese. Ma quando sul versante del Monte Toc apparve una crepa di oltre 2 km la situazione iniziò a precipitare. Il 4 novembre 1960 una frana di 680mila metri cubi di roccia si riversò nel lago artificiale a soli 600 metri dal muro della diga. Il livello dell’acqua aumentò drasticamente e così gli ingegneri lo abbassarono immediatamente per diminuire la pressione sulla montagna. Nell’aprile del 1963 la situazione sembrava ormai sotto controllo e il bacino artificiale venne riempito alla capacità massima: 714 metri sul livello del mare. Il disastro non tardò ad arrivare. La sera del 9 ottobre 1963 si verificò una colossale frana dal pendio del Monte Toc nel neo-bacino idroelettrico artificiale del torrente Vajont. La tracimazione dell'acqua contenuta nell'invaso fu impressionante e spazzò via Erto e Casso, cittadine che si trovavano nei pressi della riva del lago. Successivamente il superamento della diga da parte dell'onda travolse anche gli abitati e i villaggi del fondovalle veneto, tra cui Longarone. Il disastroso bilancio sarà di 1910 morti

 

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