Disastro dello Space Shuttle Columbia: cos'è successo il 1° febbraio 2003

Il 1º febbraio 2003 la navicella dello Space Shuttle Columbia si disintegrò nei cieli del Texas durante la fase di rientro nell'atmosfera terrestre. A bordo c'erano sette astronauti che non sopravvissero. Scopriamo cos'è successo 18 anni fa.

È il 1° febbraio 2003 quando lo Shuttle Columbia, a oltre 120mila metri di quota sopra la superficie terrestre, rientra nell’atmosfera e in pochi istanti si trasforma in una gigantesca di fuoco. Muoiono tutti e sette gli astronauti a bordo, per la NASA è un giorn terribile a distanza di 20 anni dalla tragedia dello Shuttle Challenger. Ma cos’è successo in questi 60 minuti finali al Columbia? Cosa non ha funzionato? Si poteva far qualcosa per evitare la tragedia? Ripercorriamo quanto accaduto a distanza di esattamente 18 anni. 

 

IL DISASTRO DELLO SHUTTLE COLUMBIA: LA STORIA

 

La mattina del 1° febbraio 2003 lo Shuttle Columbia - alla sua 28esima missione - è a 280 km sopra alla terra. L’equipaggio, formato da sette astronauti, è pronto a far rientro nell’atmosfera terrestre dopo 16 giorni di missione a scopo scientifico (rimandata per oltre dieci volte a causa di complicazioni tecniche). Li aspetta la manovra più difficile e delicata. Lo Shuttle orbita attorno al pianeta a 28mila km/h, ogni giorno gli astronauti assistono a 16 albe e 16 tramonti. Nei minuti che precedono il rientro dello Shuttle Columbia nell’atmosfera terrestre, il lavoro della NASA al Kennedy Space Center di Cape Canaveral è ovviamente febbrile. L’uomo che ha il compito di guidare il rientro è LeRoy Cain, il direttore del volo, 39 anni e un’abilità straordinaria di lavorare sotto pressione. A Cain spetta il compito di seguire la missione e farla concludere con successo, ha la responsabilità enorme di riportare gli astronauti sani e salvi sulla terra. Alle 8.03, Cain inizia a fare i controlli di routine prima della fase più pericolosa. Lo shuttle dovrà infatti attraversare temperature di oltre 1500 gradi. Per prima cosa dovranno essere accesi i retrorazzi che permettono di riportare l’astronave nell’atmosfera. Lo shuttle viene teleguidato dalla squadra di controllo e Cain monitora costantemente la situazione. Il Comandante della missione è Rick Husband, colonnello dell’US Air Force e ingegnere meccanico. Il pilota è Willie McCool, Michael Anderson il responsabile del carico, Ilan Ramon l’esperto elettronico, Kalpana Chawla il tecnico, Laurel Clark la zoologa e David Brown il medico di bordo. Si tratta dei migliori astronauti in circolazione

 

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Ma torniamo un attimo al 2° giorno della missione, quando i tecnici della NASA visionano il video del lancio e si accorgono che un pezzo dello scudo termico del serbatoio di carburante si è staccato in fase di decollo colpendo lo shuttle. Non è una novità, succede spesso. Ma stavolta il pezzo che ha colpito il Columbia è più grande del solito. Tuttavia nessuno è in grado di capire l’entità del danno. E due giorni dopo il lancio, un pezzo del bordo di attacco dell’ala sinistra si stacca a causa dell’impatto con la piastrella di schiuma creando uno squarcio. Dalla capsula di comando del Columbia, l’equipaggio non può vedere le ali. Inoltre i computer dello shuttle sono ormai datati e non sono in grado di analizzare a bordo i dati rilevati dai sensori delle ali. Con un’ala squarciata, lo shuttle può orbitare nello spazio ma non è in grado di rientrare nell’atmosfera terrestre. Ignari di tutto, gli astronauti comunicano con la terra e manifestano massima serenità. A Cape Canaveral, invece, il problema dell’ala viene valutato dalla responsabile Linda Ham che deve decidere come intervenire. Secondo i tecnici della NASA, non ci sono motivi per preoccuparsi. La sicurezza della missione non è a rischio e si tratterebbe di un problema riguardante esclusivamente la missione successiva. Ma poco prima del riento del Columbia, il tecnico Steve Stich informa il comandante Rick Husband del danno all’ala sinistra per evitare che venga colto alla sprovvista dalle domande del giornalista. Stich tranquillizza Husband e assicura che non si tratti di nulla di preoccupante. Husband chiede il video del lancio per mostrarlo all’equipaggio e viene accontentato. Sullo shuttle nessuno si allarma, sanno anche loro quanto sia ricorrente un incidente simile. Ci sono però diversi tecnici allarmati al Kennedy Space Center di Cape Canaveral, dove qualcuno crede non si sia fatto abbastanza per appurare se l’impatto abbia danneggiato o meno l’ala. Linda Ham chiede di controllare i dati delle missioni precedenti prima di ammettere che in ogni caso la NASA non potrà fare nulla.

 

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E rieccoci al 1° febbraio, quando gli astronauti non sanno che il loro destino sia già segnato a causa di quello squarcio sull’ala sinistra. Eppure tutti i sistemi funzionano ancora perfettamente, tutto sembra sotto controllo e così LeRoy Cain dà l’ok per l’accensione dei retrorazzi. Alle 8.44 lo shuttle rientra nell’atmosfera a 122mila metri di quota sopra la superficie terrestre. La fusoliera inizia a riscaldarsi rapidamente, le ali del Columbia raggiungono i 14mila gradi e l’aria incandescente inizia a penetrare attraverso lo squarcio. Rick Husband e Willie McCool avviano la procedura di rientro. Il Columbia rallenta di 800 km/h e si prepara all’impatto con l’aria: sono gli attimi più rischiosi. Nella sala di controllo del volo, LeRoy Cain è preoccupato per il forte vento e vorrebbe far orbitare il Columbia un’altra volta attorno alla terra. Poi però ritiene ci siano sufficienti margini di sicurezza e autorizza la procedura per l’atterraggio in Florida. A questo punto sorge un problema: uno dei sensori dell’ala sinistra indica che il bordo d’attacco ha raggiunto la temperatura di 1600 gradi, 500 in più rispetto alla media registrata nelle precedenti missioni. I sensori rilevano temperature eccessive anche nella zona del carrello d’atterraggio, che se danneggiato renderebbe impossibile il ritorno. La tensione è altissima, Cain non sa spiegarsi i dati termici provenienti dall’ala sinistra e spera che i valori anomali siano dovuti a un errore del computer. Lo shuttle procede nel suo rientro e ancora tutto sembra andare per il meglio, ma nessuno si accorge che lo squarcio sull’ala sinistra, che sta iniziando a disintegrarsi, sta costringendo i propulsori a uno sforzo di compensazione eccessivo. Alle 8.54 lo shuttle punta verso la terra a una velocità di 17mila km/h. I valori di controllo sono ancora normali, Cain non ha nulla da dire all’equipaggio. Ma la situazione precipita in pochi secondi. Sì, perché lo shuttle inizia letteralmente a perdere pezzi. Si stacca un enorme blocco di rivestimento termico, lo shuttle diventa incontrollabile e alle 8.59 LeRoy Cain perde qualsiasi contatto con gli astronauti. La tragedia si sta consumando. Alle 9 e 18 secondi, lo Shuttle Columbia si disintegra trasformandosi in una palla di fuoco. Sette astronauti muoiono per colpa di chi aveva il dovere di fare il possibile per salvari e non l'ha fatto. È una macchia indelebile nella storia della NASA.  

 

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